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Il caso Alitalia

Quando creai questo sito, mi ero imposto di non parlare di argomenti come la politica o il calcio. Il motivo è alquanto banale e magari un giorno vi spiegherò le mie ragioni, ma ora è un altro l’argomento che vorrei trattare. Ieri, o preso la decisione di venir meno a questa mia promessa, e il motivo è che in ballo ci sono venti mila famiglie e il loro futuro.
Io come voi, non so esattamente come si siano svolti i fatti. Ciò che sappiamo, è quello che gli organi d’informazione ci fanno sapere. La prima domanda che ogni uno di noi dovrebbe porsi è: Cosa ci fanno sapere i media?
Informazioni poco chiare, a dir poco allarmanti ma di sicuro impatto, perché a loro interessa fare notizia. Non seguono il caso per fare la “cronaca” di ciò che accade per nostra opportuna e dovuta conoscenza. Molti scrivono solo per sentito dire, altri per vedere il proprio articolo in prima pagina, senza considerare quelli che scrivono o esprimono opinioni personali, cosa che a mio avviso un giornalista non dovrebbe fare, visto che il suo ruolo è quello di riferire i fatti. Con questo non sostengo che non debbano esprimere opinioni personali, ritengo che per farlo ci siano altri luoghi.
Per quanto concerne la politica, credo che non serva a nulla schierarsi a destra o a sinistra in un caso delicato come quello dell’ Alitalia. Il regista di questo triste film, non credo sia la Politica, almeno non quella che noi conosciamo. A mio avviso, chi tiene le redini del gioco, sono le persone che realmente gestiscono l’economia, le stesse che posso permettersi di giocare con il futuro di ventimila famiglie, con il solo scopo di incrementare i loro portafogli.

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Una risposta

IRI e dintorni L'articolo appena letto mi fa venire in mente

giuseppe

IRI e dintorni
L’articolo appena letto mi fa venire in mente un libro letto qualche tempo fa sul gruppo IRI,di cui Alitalia era un’importante impresa. Il libro si intitola “I giorni dell’IRI” ,e a parte il titolo che sembra richiamare i toni dell’antico West, mostra quante cose sono cambiate da quei tempi in cui in Italia eravamo (quasi) tutti statali, tutti figli di una grande mamma o,come qualcuno ironicamente diceva, di una vacca grassa…un pozzo senza fondo direi piuttosto.Fondo che fu toccato allorchè l’allora presidente del Consiglio Prodi applicò, con notevole solerzia, una direttiva comunitaria che liberalizzava i vari mercati, imponendo ai vari stati comunitari di (s)vendere le società di servizi, gli enti e le imprese di proprietà dello Stato. Qualcuno già allora parlò di svendite di efficienti società statali, e forse aveva ragione…tuttavia viene da chiedersi chi intraprese le svendite e come?Eppoi furono tutte vendute le aziende del gruppo IRI?Forse qualcuna non fu del tutto venduta….magari solo in parte e con quali criteri? Con quali logiche e,soprattutto, con quali prospettive? E qui più che mai interviene Alitalia,ormai divenuta un vero e proprio caso.Quando nel 1996 si chiusero i battenti del gruppo IRI che fine fece Alitalia?Fu privatizzata? In parte. Quel tanto che bastava per dire di sì,mentre il 49% rimaneva di proprietà dello Stato. Ma in che misura lo Stato ne era proprietario? Si continuava a stilare un bilancio al ministero delle PPSS ormai chiuso da un po’? Si veniva forse assunti per concorso?Diciamo di sì almeno fino al 1999 quando si fecero le ultime selezioni scritte. E poi? E poi giù in caduta libera il Carrozzone Alitalia prese il via. Quindi nel 2001 emise obbligazioni convertibili ormai sospese da mesi sulla Borsa Italiana. Intanto i costi crescevano incontrollati, le assunzioni di personale a tempo determinato (l’ormai fantasma dei precari) non si arrestavano, i cosiddetti vantaggi derivanti dai contratti rimanevano gli stessi dell’ex azienda para-statale, mentre i bilanci erano quelli di una SpA quotata a piazza Affari, con un CDA e rappresentanze dei lavoratori. “…E il Carrozzone va avanti da sè….” diceva il bravo Renato Zero in un suo successo degli anni ‘70. Proprio così tutto andava avanti quasi per inerzia, mentre apparivano già i primi esuberi in alcuni servizi. Nel frattempo si erano presentate manifestazioni di interesse da parte di partner stranieri;nel 1997 Air France aveva avanzato interesse a creare quello che pochi anni dopo creò con l’omologo gruppo olandese KLM.All’epoca il Carrozzone era più risanabile.Da allora sono passati più di dieci anni e Alitalia non è cambiata. Forse perchè l’intero paese non è cambiato, forse le logiche che ci guidano sono le stesse di vent’anni fa, quando eravamo tutti statali; forse la logica del consenso (propria dei partiti politici piuttosto che delle imprese private) non è andata in pensione,ma è solo stata “privatizzata” assieme al gruppo all’ormai cadente gruppo IRI.
O forse il concetto di Europa ci sta stretto,per non dire proprio che ci sfugge.Sarà l’esagerata autostima,che ormai troppo spesso sfocia nel banale narcisismo, che impedisce a noi Italiani di guardare lontano preferendo sempre l’uovo oggi e mai la gallina domani. Sarà che io,avendo vissuto,studiato e lavorato due anni in imprese statali dei cugini francesi, faccio fatica a comprendere certi atteggiamenti italici nelle imprese pubbliche;imprese che oltralpe sono uguali a quelle private. Che peccato! Potremmo vivere tutti (dagli operai ai dirigenti) una vita serena, rispettando il lavoro nostro e altrui, e invece la fame di ricchezza (sorella del potere) ci fa perdere la testa! Così il lavoro da statale (o parastatale) diventa il “posto fisso”, una sorta di poltrona (un trono?!) da non mollare, il trofeo di una lunghissima e faticosa caccia al tesoro! E per ridurre questo già magro tesoro, qualcuno (che non vuole trofei ma solo bravi schiavi) va a modificare le leggi sui permessi di malattia nella pubblica amministrazione,elimindo un (bel) po’ di tutele e diritti sacrosanti per chi ha veramente bisogno…
Insomma Alitalia è figlia di un sistema.Un sistema nato da ideali di rispetto, di civiltà e democrazia.Ideali in forte crisi in tempi come questi! Ci rimane la speranza di cambiare. Ma non basta. Tocca a noi e a chi ci governa di cambiare il modo di vedere le cose. I primi a dover rinunciare all’uovo oggi sono loro.
Grazie e saluti!
Giuseppe

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