Mobbing
S. Casoni | 4 novembre 2008 | 12:42Ieri sera, mi trovavo a navigare in rete, e per caso….. ho scritto la parola “MOBBING” nella casellina di Google e ho dato “invio”. Come sempre in casi del genere, la prima voce comparsa nell’elenco, è stata quella di wikipedia. Se anche voi provate, arriverete alla seguente pagina: http://it.wikipedia.org/wiki/Mobbing
Nella pagina in oggetto troverete in cima la seguente dicitura:
“Il mobbing è, nell’accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell’insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.”
Scendendo in basso, ne troverete un’altra:
“La pratica del mobbing sul posto di lavoro
La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità; dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l’attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull’accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di “cancellazione” del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa. Altri elementi che fanno configurare il mobbing, possono essere “doppi sensi” o sottigliezze verbali quando si è in presenza del collega oggetto di mobbing, cambio di tono nel parlare quando un superiore si rivolge al collega vittima, dare pratiche da eseguire in fretta l’ultimo giorno utile. Un esempio puo’ essere il seguente: un collega, in presenza di altri colleghi, li invita ad una cena chiedendo ad ognuno di loro “allora te l’ha detto Caio che stasera vieni con noi a cena?”, mentre al collega mobbizzato gli dice invece “tu non vieni?”. Molte volte succede che l’”ordine” di aggressione al collega mobbizzato viene dall’alto ed è finalizzato alle dimissioni di qualcuno. In questo caso i colleghi che effettuano il mobbing eseguono servilmente le disposizioni del superiore anche se il collega mobbizzato non ha fatto niente di male a loro. Tutte queste situazioni ed in genere gli attacchi verbali non sono facilmente traducibili in “prove certe” da utilizzare in un eventuale processo per cui è anche difficile dimostrare la situazione di aggressione.
Secondo L’INAIL che per prima in Italia ha definito il mobbing lavorativo qualificandolo come costrittività organizzativa le possibili azioni traumatiche possono riguardare la marginalizzazione dalla attività lavorativa, lo svuotamento delle mansioni, la mancata assegnazione dei compiti lavorativi o degli strumenti di lavoro, i ripetuti trasferimenti ingiustificati, la prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto o di compiti esorbitanti o eccessivi anche in relazione a eventuali condizioni di handicap psico-fisici, l’impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie, la inadeguatezza strutturale e sistematica delle informazioni inerenti l’ordinaria attività di lavoro, l’esclusione reiterata da iniziative formative, il controllo esasperato ed eccessivo.
E’ quindi chiaro che il mobbing non è una malattia ma rappresenta il termine per indicare la complessiva attività ostile posta in essere solitamente da un datore di lavoro (pubblico o privato, da solo o in combutta) per demansionare il lavoratore, isolarlo e obbligarlo al trasferimento o alle dimissioni.”
Non credo che quanto abbiate letto sopra, abbia bisogno di molti chiarimenti.
Il perché ho deciso di parlare di questo argomento?
Il “MOBBING” è così diffuso nella nostra società, e molti preferiscono nascondersi dietro il silenzio, terrorizzati da quello che hanno subito e da quello che gli può accadere.
Il mio vuole essere un invito a tutte quelle persone che giorno dopo giorno hanno subito e che continuano a subire, a ribellarsi a questo squallido “caporalato” esercitato da alcuni singoli, “ignoranti”, “frustrati”, di sicuro persone fallite nella vita personale e loro stesse vittime di “mobbing”, che trovano una sorta di gratificazione nel terrorizzare altre persone.
Non abbiate timore a tenere testa a questi soggetti, cercate all’interno dell’azienda in cui lavorate persone “intelligenti” a cui denunciare le vostre problematiche, se da soli pensate di non farcela, fatevi aiutare, ma soprattutto, NON INDIETREGGIATE MAI.






Caro Franco, proprio lunedi mattina, ho assistito ad una scena
mauro pocciCaro Franco, proprio lunedi mattina, ho assistito ad una scena pietosa sul posto di lavoro, colleghi scaglarsi contro altri colleghi, senza un reale pretesto concreto ma solo con la forza e la violenza delle parole urlate verso altri che ignari e stupiti si sono visti indicare e colpevolizzare, senza però essere accusati in prima persona ma solo per sentito dire o con episodi persi nella memoria… dei presenti..stessi, il bello è proprio quello… l’accusa che prima tuona e inveisce, poi al dunque si ferma e ti dice di parlare… e di autoaccusarti… ma come, entri chiudi, la porta fai, l’inquisitore… e poi devo essere io a dire e a parlare…figuratevi se in un processo il pubblico ministero accusa un imputato di essere colpevole e basta, poi il reato deve essere l’imputato stesso a sbatterlo in faccia all’accusa… beh alla fine NON SIAMO INDIETREGGIATI… MAI !!! anzi …siamo più incazzati di prima !
MALGOVERNO NELLA P:A:in quel di Castelraimondo serve maggiore vigilanza e
liaMALGOVERNO NELLA P:A:in quel di Castelraimondo serve maggiore vigilanza e controllo sul territorio.Dal febbraio 2002 l’amministrazione comunale tiene,illegittimamente demansionato,estromesso,eliminato dall’ufficio il comandante dei vv.uu;(uno dei quattro dipendenti comunali laureati,di ottima condotta morale e civile,incensurato,senza alcun procedimento penale o giudiziario a carico),sostanzialmente senza fare quasi niente,a spese del contribuente.(Vedere sentenza immediatamente esecutiva,in internet,alla voce DEMANSIONAMENTO CAMERINO)
Caro Franco... che dire, in questo momento talmente critico per
Duliamo ErgassiaCaro Franco… che dire, in questo momento talmente critico per l’economia e il mondo del lavoro… chi ha un “buon lavoro” dovrebbe “lavorare” anche per far si che sia tutto a posto soprattutto nel rapporto con i suoi colleghi… visto che si parla di recessione, crisi come nel ‘29, borse che vanno giù. Ma che dire… pensare che ci siano persone che magari non dormono la notte, non per sensi di colpa, ma per le loro incapacità di essere, e pronte a colpire il più debole…mah che dire, pensa, io non ho mai subito “mobbing”, ma posso dire che per mia personalissima esperienza personale i casi in cui mi sono trovato a non dormire la notte sono stati altri… e credimi, in un caso specifico, posso dire che se ci ripenso forse… non dormirei neanche stanotte….
Comunque che posso dirti, spero che la situazione migliori o che come per magia possa trovare un lavoro migliore, un detto popolare romano, di quelli che girano i borgata e che mio zio diceva sempre dice “Si chiude una porta, e si apre un portone…”
Come dicono i ragazzi della curva, allo stadio come nella
tony tallonCome dicono i ragazzi della curva, allo stadio come nella vita “Non mollare mai !!!
A conferma di quanto narrato in questa sezione voglio raccontare
G.S.A conferma di quanto narrato in questa sezione voglio raccontare quel che mi successe a Tokyo alcuni anni fa, nel periodo in cui il paese del Sol Levante iniziava ad essere al centro di un’attenzione spasmodica degli intellettuali, dei manager e dell’opinione pubblica. Tutti pensavano che quello fosse il miglior paese possibile,un modello da imitare, una strada da seguire. Nel pieno dell’orgia nipponica, mi recai in quella capitale per un soggiorno di un mese su invito di una famosa fondazione. Tante cose vidi e imparai…Ma ora qui in questa fredda ma splendida serata parigina, ora che l’umanità sommersa della Ville Lumiere mi si presenta davanti, ebbene, solo il ricordo della metropolitana di Tokyo mi sale prepotente alla mente. Rivedo la lunga fila di pareti di plastica erette lungo i corridoi immensi delle stazioni, dietro le quali nessuno osava guardare: tutti di passo svelto, a occhi quasi chiusi e a pugni stretti dopo una giornata di lavoro che pareva non terminare mai.
Una sera non riuscii a trattenere oltre la mia curiosità; sgusciato via tra le maglie del fiume frettoloso e indifferente volli superare quelle quinte. E li vidi lì, tutti accovacciati, coperti fino al capo, che mangiavano broda e succhiavano sigarette senza poterle fumare, sennò sarebbero stati cacciati fuori al freddo. Uno di loro leggeva un libro della Pleiade. In francese gli chiesi cosa stesse leggendo. Leggeva Montaigne, ma non aveva alcuna voglia di parlare con me. Mi disse soltanto che non era un barbone per povertà, ma per stanchezza, per fatica da competizione, per fatica da stress e che aveva scelto quella vita come si sceglie la libertà.
Barboni e barboni dunque…
Questi di Parigi sono al limite della sopravvivenza. Mentre aspetto la linea del bus notturno che mi riporti verso la periferia, vedo due studenti italiani avvicinarsi con curiosità ad una signora che svuota un sacchetto dell’immondizia nel cuore della città. I due ragazzi sono molto sorpresi. Uno dei due domanda alla donna se ha bisogno di cibo e di un rifugio per evitare di dormire all’addiaccio. E’ incredibile come la forte presenza dello stato sociale non riesca a persuadere i bisognosi a farsi accogliere nei rifugi. La donna risponde ai ragazzi che non ha bisogno di nulla e che in quei rifugi ci sono solo morti di fame stranieri. Solo stranieri. Questa scena avviene tra lo stupore sconcertante e indifferente delle persone (tutte francesi) che aspettano l’autobus.
Mi chiedo come tutto questo non generi uno sconvolgimento nell’intimo di queste persone; sconvolgimento che di certo è già avvenuto nei due giovani studenti. Ricordo quel bellissimo capitolo scritto sull’argomento dal mio professore di Storia dell’economia durante un soggiorno a New York. In esso sottolineava l’importanza del rapporto intimo con l’altro, un rapporto che ti infonde nuova vita e ti immerge nei valori più segreti che non possono non essere condivisi in forma emotiva. La complicità è gran parte della vita sociale. O meglio la vita sociale produce meno sofferenza se si sa essere complici con un altro da sé nell’amicizia così come nell’amore. Sono sentimenti molto simili, se non fosse per la passione, che si accompagna e che appartiene sempre e solo all’amore. Mi viene da pensare che la complicità è una via di ritirata dalla vita sociale, uno scrigno interiore nel quale non ci sono né piani né strategie. Ricordo anche le critiche che il professore avanzava alla cultura nordamericana durante le sue straordinarie lezioni; le critiche si rivolgevano sopratutto a quell’intreccio tra vita pubblica e vita intima (non già privata!) –intreccio che è vita sociale- che si fonda sul più alto grado di condivisione pubblica dei sentimenti e delle passioni. I luoghi intimi dell’immaginario e dell’esperienza sono sempre ristrettissimi. Una parte importante del sé è completamente visibile, ed è questa visibilità che lui condannava. Mai come adesso mi mancano le sue lezioni; mai come oggi che l’intimo viene (s)venduto nell’immaginifico Mondo di Facebook, il perfetto luogo d’incontro di un intimità spesso ferita e sempre fragile, incapace di rompere i legami col proprio passato…la via maestra per la depressione!
Tutti abbiamo un’esperienza interiore, ma tutti diamo per scontato che questa esperienza vada in conflitto con i comportamenti richiesti dalla vita associata. Il disagio della civiltà è una sorta di valore, di norma sociale comunemente accettata che non produce ribellione, ma solo accettazione rassegnata e sofferta.
E chi vive parte della propria vita con coloro che riescono a rendere manifesto quel disagio lamentando la propria condizione, finisce poi col considerare questi ultimi degli alieni. Non gli rimane allora che divenire il barbone di Tokyo; ma a quel punto sono gli altri barboni a rifiutarlo e a strappargli tutte le pagine di Montaigne. Oppure,come ormai accade sempre più spesso, deve sottoporsi alla cura da tutti auspicata e invocata: la terapia psico-analitica che trova una forte legittimazione, perché reintegra il soggetto e assicura la conservazione dell’ordine sociale…